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ODIO I CALL CENTER!!!


E’ tutto vero: i call center sono luoghi di perdizione, nel senso che perdi il cervello e non lo trovi più.

I lavoratori dei call center si dividono in due grandi categorie:

  1. LE VITTIME DEL CALL CENTER, ossia coloro che stanno lì solo perché la sorte è maligna e approfittatrice, cioè approfitta del fatto che il call center è oggi tristemente l’unico luogo di lavoro dove sei sicuro al 100% che ti chiamino se mandi il curriculum. Questa prima categoria si distingue per le tracce che ha lasciato sul volto l’attacco di panico avuto al momento del risveglio, non appena il malcapitato si è reso conto del fatto che lo attendevano 4 ore di telefonate a vittime telefoniche innocenti ed ancora inconsapevoli: occhiaie da stress, sguardo da pesce morto, entusiasmo pari a quello di un bradipo, cera ed umore mestruale (anche se si tratta di un uomo).

  2. GLI ESALTATI DEL CALL CENTER, ossia, in due parole, coloro che ci credono. Come nemmeno il Che nella Rivoluzione. Si alzano la mattina sapendo già qual è la loro missione e lo scopo della loro vita: l’utente telefonico non è una vittima, ma una mente da modellare e indurre all’obiettivo finale: la vendita dello spazio pubblicitario. Per il loro bene, dicono! Costoro si distinguono dagli altri perché già alle 9 meno un quarto sono pronti: col sorriso stampato si muovono tra le file di postazioni a grandi falcate, con quel tono da persona occupata in affari di vitale importanza; ma quel che è peggio, ti salutano cinguettanti, aspettandosi da te lo stesso impeto, mentre tu rischi di vomitare il caffelatte nelle cuffie. L’istinto è quello di stenderli con un pugno in mezzo alla faccia, ma poi ti ricordi che sei un essere razionale che sa tenere a freno i propri impeti animaleschi e prosegui augurandogli fra te e te cose irripetibili.

Al call center esiste la lingua del call center: la tua postazione di lavoro si chiama position e i supervisori, coloro che vegliano sul tuo rendimento e sulla qualità del tuo stracciamento di zebedei al prossimo, sono i supervisors (che, ovviamente, si pronuncia supervàisors). La vittima, cioè il cliente, si chiama, nel caso di un utente non privato, OPEC (operatore economico) ed è possibile, aggirandosi tra i corridoi, sentire frasi tipo “ti devi lavorare bene l’opec”, “non mettere subito l’opec in perdita”, ed altre turpiloquaggini del genere. Quando si termina la chiamata bisogna “esitarla” (invenzione ostrogota per dire che bisogna darle un esito): naturalmente la vittima (cat. 1) tenderà ad “esitare” la chiamata come “perdita” ogniqualvolta i malcapitato dall’altra parte gli dica anche un poco convinto “non mi interessa”, mentre l’esaltato “si lavorerà l’opec” fino allo stremo delle sue forze, promettendo ogni sorta di vantaggi economico-moral-sessuali (in cui, attenzione, egli crede veramente), fintanto che l’ennesima, agognata vendita non sia conclusa.

La vittima attende con ansia la pausa caffè, unico momento di gioia della mattinata, in cui può riunirsi coi suoi simili per sparlare del lavoro e fingere ammirazione per gli esaltati. L’esaltato in genere non fa la pausa, o se la fa ingurgita il caffè e torna prontamente alla missione.

Al call center ci sono gli obiettivi di fatturato che la vittima contribuisce a raggiungere per lo 0,0000000000000000000.....1%. Periodicamente vengono scritte le percentuali raggiunte su delle antiecologiche lavagne-blocnotes di carta, a cui fanno seguito le graduatorie di coloro che hanno venduto di più...naturalmente la vittima non compare MAI nelle suddette graduatorie.

Per favorire le vendite e per mantenere alto il morale, i supervisors organizzano periodicamente delle gare con ricchi premi (aumenti in busta, cellulari, ecc...) che espongono durante brifing motivazionali che hanno come effetto quello di caricare ancora di più gli esaltati e deprimere fino quasi al suicidio le vittime: gli esaltati si mettono subito al lavoro, per cercare di raggiungere la vittoria, ben consapevoli che il premio è solo la forma materiale della loro ben più importante missione spirituale; le vittime assumono un colore ancora più verde e uno sguardo ancora più mesto e cercano ogni tipo di scusa per allontanarsi dalla position in cui non resisterebbero più di un minuto prima di cominciare a sentirsi dei rifiuti della società.

Ma finalmente la giornata finisce e, come a scuola, all’una meno 5 la vittima ha già messo la giacca e radunato le sue cose e non si sente nemmeno troppo in colpa mentre se ne va salutando l’esaltato che, ancora immerso nella sua missione, resterà seduto fino all’una spaccata, perchè una missione è una missione, perdinci! e non un minuto ha da essere sprecato.

Ci vedremo domani, forse.....(uahahahah!).

Pubblicato il 1/3/2008 alle 14.45 nella rubrica Diario.

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